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La Pietà di Michelangelo restaurata

La Pietà di Michelangelo restaurata
Cultura Firenze, 01 Ottobre 2021 ore 08:22

“Ciò che più mi strugge è che finalmente ora si possono vedere i diversi strati di lavorazione del marmo. Dopo la pulitura quella vibratilità si percepisce e a dispetto dell’essere pietra è un marmo che palpita”, durante la conferenza stampa (venerdì 24 settembre 2021) così ha osservato Antonio Natali, dal giugno del 2006 al novembre del 2015 è stato direttore della Galleria degli Uffizi, dove ha lavorato dal 1981 al 2016 ed è senza dubbio alcuno un'autorità indiscussa negli studi dell’arte del ‘400 e ‘500 fiorentini.

Antonio Natali durante l'intervista

La Pietà di Michelangelo restaurata

Il professor Natali è il coordinatore scientifico del restauro insieme a Vincenzo Vaccaro e consigliere dell’Opera.

I biografi più antichi concordano nel tramandare che Michelangelo avesse cominciato il marmo poco prima del 1550 e quindi quando aveva settantacinque anni, con l'intenzione di collocarlo sopra l'altare di una chiesa ai piedi del quale voleva essere sepolto.

Il marmo, e il restauro iniziato nel 2019 lo conferma, è un blocco del peso di circa 2700 Kg corrispondente a un metro cubo di marmo di Seravezza, "duro e difettoso", così lo descrive Giorgio Vasari, uno dei biografi di Michelangelo, insieme a Ascanio Condivi, che per le sue impurezze (pirite) "faceva fare fuoco" a ogni colpo di scalpello.

Michelangelo si dedicò dal 1518 al 1520 all'impresa ordinata da Giovanni de’ Medici volta a utilizzare i marmi estratti nei monti di Seravezza per la facciata della chiesa di San Lorenzo a Firenze e a realizzare la strada dalle cave al mare.

La costruzione della strada poi subì continui rallentamenti e quando finalmente i primi marmi giunsero a Firenze, nel 1521, il progetto della facciata ormai era stato abbandonato. Ma rimane un mistero come mai Michelangelo possedesse questo enorme blocco di marmo di Seravezza tra il 1547 e il 1555 quando cioè scolpisce la Pietà.

E sempre i due biografi danno notizia che l'artista preso dallo sconforto per la difficoltà di lavorazione e la resa non ottimale di questo marmo difettoso staccasse le braccia sinistre di Cristo e della Vergine, l'avambraccio destro di Cristo e il braccio destro della Maddalena, la gamba sinistra di Gesù.

L'intervento di Monsignor Timothy Verdon, direttore artistico del Museo dell'Opera del Duomo e Canonico della Cattedrale

Nel 2006 Wasserman ha però chiarito che non si è trattata di una distruzione volontaria ma del tentativo da parte del Buonarroti di cambiare le pose delle figure. Da lì a poco il gruppo scultoreo composto di quattro figure tra cui l’anziano Nicodemo a cui l’artista ha dato il suo volto, subirà vari passaggi di proprietà, regalata dal Buonarroti al servitore Antonio, fino a giungere nel 1671 a Cosimo III Medici, che l'acquistò e tre anni più tardi giunse a Firenze via mare e poi lungo l'Arno e nel 1981 al Museo dell'Opera del Duomo dove fino al 2013 è stata esposta nel locale aperto del mezzanino dell'antica scalinata.

La Pietà Bandini ora palpita. Nel recente allestimento è stata montata su un podio che rievoca l'altare su cui l'artista aveva pensato di collocarla con l'intento di realizzare un cantiere di restauro “aperto” dove i visitatori del Museo dell’Opera del Duomo hanno potuto vedere il restauro e dove anche per i prossimi 6 mesi, dal 25 settembre 2021 al 30 marzo 2022, il pubblico potrà vedere la Pietà restaurata grazie a visite guidate.

Il restauro è stato commissionato e diretto dall’Opera di Santa Maria del Fiore grazie alla donazione della Fondazione non profit Friends of Florence, sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza ABAP per la Città Metropolitana di Firenze e le Province di Pistoia e Prato ed è stato affidato alla restauratrice Paola Rosa con la collaborazione di Emanuela Peiretti.

Antonio Natali e Giovanna M. Carli

Giovanna M. Carli

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