Emergenza contagio

Covid e qualità dell'aria: c'è davvero un legame?

E’ quello che gli scienziati si chiedono ormai da un anno, studiando il possibile rapporto tra l’inquinamento e la diffusione del virus.

Covid e qualità dell'aria: c'è davvero un legame?
Sanità Firenze, 01 Marzo 2021 ore 11:00

Covid e qualità dell'aria: c'è davvero un legame?

 

Quattro anni presi in esame per guardare quale sia la qualità dell’aria nei nostri territori.  O meglio, il valore limite all’indicatore della media annuale di PM10 è stato ampiamente rispettato in tutte le stazioni. Anche se nel 2020, nonostante le poche auto in giro a causa del lockdown, i valori sono addirittura aumentati. Stabili, invece, quelli nella stazione di Poggibonsi, a differenza di Pistoia dove c’è il picco. E’ doveroso però sottolineare che i dati della Valdinievole, dipendono dalla centralina di Lucca. Quindi, l’aumento è fisiologico.

Ma c’è una correlazione tra inquinamento atmosferico e numeri di casi di Covid-19? E’ quello che gli scienziati si chiedono ormai da un anno, studiando il possibile rapporto tra l’inquinamento e la diffusione del virus. Una domanda che si pone anche nelle nostre zone dove, per esempio, in provincia di Prato con poco più di 257mila abitanti a inizio di questa settimana si contavano in tutto 12.099 casi e in provincia di Pistoia, che conta circa 291mila abitanti, con 12.556 casi confermati di coronavirus complessivi a inizio di questa settimana. Oppure ancora in provincia di Siena con circa 269mila abitanti e “solo” 6.936 casi complessivi. Senza dimenticare la provincia di Firenze, dove per poco più di un milione di abitanti si sono contati al 15 febbraio in tutto a 39.781 casi (fonte per numeri abitanti Istat, per i casi positivi al coronavirus Regione Toscana).
Di studi in materia, in Italia e nel mondo, ne sono stati fatti molti e i più autorevoli sono stati ripresi anche dal Snpa (Sistema Nazionale di Protezione Ambientale) che racchiude le varie Arpa e Appa d’Italia tra cui anche quella Toscana (Arpat).
E proprio attraverso l’Arpat arriva il riassunto di quello che i vari studi più autorevoli sul tema hanno evidenziato: «Non c’è - ha spiegato l’ufficio stampa di Arpat - a oggi una relazione diretta tra inquinamento atmosferico e Covid-19. Dove però c’è un maggior inquinamento atmosferico c’è una maggior predisposizione alle malattie respiratorie e si è analizzato che ci sono maggiori contagi e un maggior numero di morti anche per Covid-19. Questo vuol dire, in parole povere, che c’è una correlazione tra inquinamento atmosferico e Covid-19 ma non un rapporto diretto».
Una questione controversa appunto su cui anche nell’ultimo anno sono stati, ovviamente a causa del Covid, molti gli studi fatti a livello nazionale, europeo e mondiale.
Nello studio pubblicato anche sul sito dello Snpa “Valutazioni del possibile rapporto tra inquinamento atmosferico e la diffusione del Sars-Cov-2” a firma dell’agenzia regionale di protezione ambientale delle Marche, dell’Emilia-Romagna, la Scuola di specializzazione igiene e medicina preventiva dell’Università politecnica delle Marche e il Dipartimento di medicina specialistica, diagnostica e sperimentale dell’Università di Bologna in particolare si parla anche dell’ipotesi di interazione tra meccanismi molecolari tra Pm e Sars-Cov-2.
E’ in questo paragrafo che si legge «Il Pm potrebbe svolgere più un ruolo di booster nei confronti di infezioni respiratorie che di carrier», quindi non come “portatore” appunto di queste infezioni respiratorie ma come dicevamo in precedenza ci può essere una correlazione, potrebbe essere un fattore in più. Lo stesso studio però nelle conclusioni ricorda come tale associazione tra inquinamento atmosferico e Covid-19 «rimanga al momento un’ipotesi che necessita di essere verificata da ulteriori ricerche, accurate e approfondite».
C’è anche da ricordare lo studio italiano di Conticini (et al., 2020) che ha affermato che poiché l’esposizione a lungo termine all’inquinamento atmosferico, inclusi PM, ozono (O3) e anidride solforosa (SO2), indebolisce le difese immunitarie delle vie aeree superiori, ciò faciliterebbe l’ingresso del Sars-Cov-2 nel vie aeree inferiori con conseguente infezione da Covid-19.
Ultimo però in ordine di tempo sembra essere uno studio condotto dall’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac), sedi di Lecce e Bologna, e dall’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente della Lombardia, che dimostra che particolato atmosferico e virus non interagiscono tra loro.
Anche in questo caso l’articolo si trova sul sito dello Snpa “Studio Cnr e Arpa Lombardia: il particolato atmosferico non favorisce la diffusione in aria del Covid-19”. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica Environmental Research, è stata condotta analizzando i dati, per l’inverno 2020, degli ambienti outdoor per le città di Milano e Bergamo, tra i focolai di Covid-19 più rilevanti nel Nord Italia.
Tutto questo in realtà per adesso porta solo, come ci tengono a precisare studiosi e scienziati stessi, come serva ancora una massima cautela nell’interpretazione di quelli che sono a oggi i dati e le conoscenze disponibili.
Partendo però proprio dai dati che pubblichiamo questa settimana relativi allo sforamento del Pm10 nelle province di Firenze, Prato e Pistoia si mostra come questo sia andato peggiorando o migliorando negli ultimi anni, dal 2018 a oggi (ultimi dati del 13 febbraio 2021).
Si tratta di dati raccolti sul sito di Arpat, l’agenzia regionale Toscana, raccolti attraverso le centraline posizionate nei vari territori.
E’ curioso evidenziare come nel 2020, forse a dispetto di quanto si potrebbe pensare, ci siano stati, praticamente segnalati da quasi tutte le centraline riportate su nostri territori, più sforamenti di Pm10 rispetto agli anni precedenti, su Prato, Firenze ma anche Pistoia.