Cultura
Il senso del Natale

La riflessione del cappellano del carcere di Prato: "Il Natale è resistenza allo scoraggiamento"

Secondo il cappellanno il Natale può spogliarsi di quell’eccesso che può arrivare a ucciderne il significato, il ‘troppo’ elevato a regola: troppa luce, troppo movimento, troppi regali, troppi buoni sentimenti che alla fine diventano sospetti.

La riflessione del cappellano del carcere di Prato: "Il Natale è resistenza allo scoraggiamento"
Cultura Prato, 25 Dicembre 2021 ore 12:26

La riflessione del cappellano del carcere di Prato: "Il Natale è resistenza allo scoraggiamento"

In questo giorno di festa riportiamo la bella riflessione di don Enzo Pacini, cappellano dell'istituto penitenziario di Prato, sul senso del Natale.

“Durante queste feste avremo la possibilità di ascoltare una ricca serie di letture, perciò  vorrei semplicemente offrire una breve riflessione su un aspetto di questa festa a partire da un testo liturgico, caduto un po’ in disuso e solo recentemente riscoperto e a volte utilizzato, ovvero l’annuncio del Natale, contenuto nel martirologio romano, creato sulla falsariga dell’annuncio pasquale (anche se quest’ultimo, a mio parere, molto più ricco di contenuti).

Non sto a riportare il testo di questo annuncio che ognuno può trovare in rete con facilità, poiché non è altro che un ricordo, un elenco cronologico del cammino storico che, a partire dalla creazione e dal diluvio, passando per la chiamata di Abramo, l’uscita dall’Egitto, l’unzione del Re Davide, la fondazione di Roma, all’epoca (citazione abbastanza strana) della 194a  olimpiade, porta alla nascita a Betlemme del Figlio di Dio fatto uomo".

Quando regnava la pace

"Vi è però un particolare, ovvero l’accenno al fatto che questo avviene “quando in tutto il mondo regnava la pace”. Questa è la frase sulla quale vorrei soffermarmi, in quanto abbastanza ambigua. In che senso in tutto il mondo regnava la pace, ai tempi di Gesù? Di sicuro vi era la “pax romana”, che forse, però tanto “pax” non era visti i sommovimenti dei vari gruppi in Palestina che si opponevano all’occupazione, quella “pax” già descritta da Tacito con la sua celebre espressione: “Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, lo chiamano pace”.

Credo che anche al tempo di Gesù fosse una cosa del genere, una pace provvisoria, instabile, imposta, di passaggio, non certo la pace dono di Dio, che esprime la pienezza della vita e dove la venuta del Cristo potrebbe apparire come il frutto maturo, lo sbocciare del suo nucleo più vero. E infatti la sua venuta, come sappiamo dai Vangeli e dalla tradizione, è una venuta obliqua, inattesa, marginale, incapace di trovare un posto più adatto che non sia la stalla o la grotta dei pastori.

E’ quindi una pace minimale, certo Cristo non arriva sotto le bombe, o nel cozzare delle spade (almeno allora e per il momento – arriveranno presto i soldati di Erode-) ma una realtà assai esile, come può sembrarci esile la nostra esperienza di pace. Se infatti è vero che il nostro mondo non è affatto in pace, è vero che ci sono ancora ampi spazi dove è possibile il dialogo e il confronto, l’esperienza della democrazia e della partecipazione anche se esposta continuamente al logorio e al rischio dell’erosione".

L’ultimo periodo di grandi speranze e docce fredde

"E’ l’esperienza di quest’ultimo periodo di grandi speranze e docce fredde, slanci di generosità e impegno di fronte a grettezze impensabili, coscienza di una sorte comune e rigurgiti di razzismo e ripiegamento su sé stessi.

Per cui potremmo guardare al nostro tempo come unico rispetto al passato per la ricchezza di possibilità di evolversi in rapporti nuovi oppure scuotere il capo pensando di essere incorreggibili e di non aver capito niente dalle nostre e altrui esperienze, però in ogni caso è un tempo che può aver a che fare con Dio.

Se da una parte Dio sembra totalmente espulso dall’esistenza e al massimo confinato nel più intimo della persona, e dall’altra vi è chi cerca di riesumarlo come un feticcio alla base di ideologie reazionarie e disumane, il Natale è l’annuncio di una presenza che prende sul serio il limite della nostra vita, che non attende una pace perfetta per percorrere come su un tappeto rosso o una via trionfale l’incontro con l’umanità.

E’ un Dio che si accontenta di uno strapuntino, di uno spazio minimale da cui partire per il suo progetto di salvezza. Questo non significa accontentarsi o pensare semplicemente che viviamo nel migliore dei mondi possibili, si tratta di prendere coscienza che gli spazi vuoti, i buchi neri dell’esistenza non sono un blocco definitivo e che è possibile partire sempre dal presente per un cammino di incontro con colui che viene. Questo ci permette di vivere il Natale non con l’ansia di fare come se... di far finta che tutto vada bene... Egli è venuto e continua il suo cammino in un mondo che non va bene, che vive di una pace malata, proprio per svelare questa pace malata e il bisogno di una pace vera, ma che è capace di farsi carico anche della pace malata e di tutte quelle provvisorietà che incontrerà nella sua vita e nella nostra.

Da questo punto di vista il Natale può spogliarsi di quell’eccesso che può arrivare a ucciderne il significato, il ‘troppo’ elevato a regola: troppa luce, troppo movimento, troppi regali, troppi buoni sentimenti che alla fine diventano sospetti".

Il Natale è innanzitutto resistenza allo scoraggiamento

"Il Natale è innanzitutto resistenza allo scoraggiamento, alla disillusione che arriva per forza quando si spengono le luminarie e ritorna il quotidiano con la sua routine e a volte con la sua mediocrità. Credo sia importante portare con sé questo fatto, la venuta di Cristo proprio nella mediocrità della vita umana, nella instabilità dei sentimenti, nelle vampate che si estinguono presto. Lo si vede fin dall’ inizio con il cammino verso Betlemme, fatto di passi umani, e verrà confermato dall’annuncio del Vangelo misurato sui passi di Cristo stesso e degli apostoli dopo di lui.

E’ un messaggio di speranza perché ci dice che è possibile partire da adesso, senza attendere chissà quale congiuntura favorevole, è l’azione di Dio che stringe i tempi là dove l’uomo tende a rimandare sempre, è il Natale che arriva là dove in teoria non potrebbe, o sembrerebbe inopportuno, ed è il Natale che ci auguriamo vicendevolmente di vivere ogni giorno, anche quando non  siamo, e proprio perché non siamo, in pace".