«Volevo uccidermi ma il pensiero di mia figlia mi ha salvata»

Vittima di soprusi fisici e mentali da parte del marito racconta la sua esperienza per mettere in guardia le donne. Il caso di Signa pubblicato su BISENZIOSETTE

«Volevo uccidermi  ma il pensiero di mia figlia mi ha salvata»
Cronaca Piana Fiorentina, 29 Gennaio 2019 ore 12:41

La violenza e i soprusi sia fisici che mentali per molte donne, come dimostra anche la recente cronaca, continuano a rappresentare la quotidianità

«Volevo uccidermi ma il pensiero di mia figlia mi ha salvata»

La violenza e i soprusi sia fisici che mentali per molte donne, come dimostra anche la recente cronaca, continuano a rappresentare la quotidianità. Una situazione da cui per molte è ancora difficile riuscire a sottrarsi e che spesso porta, oggi come ieri, a conseguenze tragiche, spesso consumate nell’indifferenza generale. Per rompere questo muro di silenzio M. (che preferisce rimanere anonima per tutelare sua figlia) ha deciso di condividere la sua esperienza e raccontare come sia riuscita a salvarsi dalla violenza del marito. «Sono sempre stata una bambina molto poco gratificata - dice -, mia madre viveva con i suoceri e in casa c’erano sempre litigi, così io e lei stavamo spesso chiuse in camera. Di fondo sarei stata una bambina socievole ed espansiva, capacità che sono sempre state sottovalutate ma che per fortuna sono rimaste dentro di me nonostante tutto quello che è successo.
Prima di conoscere mio marito ho avuto altre esperienze, ma tenevo i miei fidanzati sempre a distanza, non mi facevo toccare, e le loro adulazioni mi facevano sentire gratificata per il fatto di saper tenere gli uomini a bada. Poi a 22 anni ho conosciuto lui che è stato il mio primo vero uomo, sapeva come prendermi e come mettermi a mio agio. Era un tipo passionale, mi gridava “ti amo” e anche lui aveva sofferto. Lo vedevo come il bambino sfruttato dalla famiglia e criticato perché aveva scelto di venire a studiare a Firenze invece che continuare a lavorare in campagna. Avevamo un rapporto bellissimo - racconta -, due anni dopo ci siamo sposati nonostante il diniego dei suoi. Col tempo però ha cominciato a diventare geloso e possessivo, a dire che bastavamo noi due, che non avevamo bisogno degli amici o della famiglia. Io allora avevo un lavoro e tanti interessi ma quando diceva così mi sentivo al settimo cielo, sentivo di essere tutto per lui. C’era complicità tra di noi e nulla faceva presagire quello che sarebbe successo. Io dipingevo e facevo teatro ma a lui non piaceva e così ho smesso di fare tutto, lui poi ha cominciato a lavorare all’estero e così rimanevo sempre sola, lui però riusciva ad esercitare il controllo anche da fuori mentre io non mi rendevo conto di nulla, per me tutto il mio mondo erano lui e mia figlia. Un giorno - prosegue - tornò da un viaggio in America e cominciò a dire che non capiva perché dovessimo restare sposati e che le cose in America erano diverse, discorsi opposti a quelli che aveva sempre fatto. In lui vedevo uno sguardo diverso. Poi mi disse che in America aveva avuto una storia ma io non volevo crederci.
Da lì cominciò la fase di denigrazione, diceva che ero una donnetta di periferia e mi portava le prove dei suoi tradimenti, lettere, macchie di rossetto, fotografie e rideva mentre me le mostrava, io iniziai a stare male e a non mangiare, quando poi ho provato a ribellarmi lui ha cominciato ad alzare le mani. Io cercavo di difendermi con graffi e morsi ma questo lo faceva arrabbiare ancora di più e diventava ancora più violento. Poi cominciò anche con mia figlia. Lei allora aveva sei anni, rimaneva impietrita vedendo che lui mi picchiava, lui allora rideva e la chiudeva in camera, le metteva un cuscino addosso e la picchiava nei polmoni. A quel punto gli dissi di andarsene e buttai fuori tutta la sua roba. Lui reagì con una delle sue scene madri, diceva di non mandarlo via, che aveva il diavolo in corpo e solo io lo potevo salvare. Allora restavo con lui ma la situazione continuava a peggiorare.
Dopo un paio d’anni fui ricoverata in ospedale con un esaurimento nervoso, lo psicologo disse che avevo una depressione fortissima, ma anche allora lui veniva a tormentarmi e diceva che ero ridicola. Arrivai al punto di pensare di buttarmi dal sesto piano ma il pensiero di mia figlia mi ha fermato e l’ho cacciato. Lui però ha continuato a minacciarmi per telefono, diceva che mi avrebbe spaccato un martello in testa. Una sera, sapendo che ero dai miei genitori venne lì dicendo che siccome aveva la bambina segnata sul passaporto me l’avrebbe portata via; mia figlia allora si chiuse in bagno ma lui aprì e la prese a schiaffi, per fortuna intervenne il mio babbo. Andammo dai carabinieri, ma erano altri tempi, negli anni ‘80 davanti a questi problemi c’era una cultura diversa, non ci diedero ascolto, dissero addirittura a mia figlia che avrebbe dovuto sorridere al padre e che senza prove non potevano fare nulla. Fortunatamente poi lui andò all’estero per lavoro e si è rifatto un’altra famiglia».
La donna, per cui il ritorno ad una vita normale e a un rapporto con gli altri non è stato facile, ha quindi messo in evidenza i segnali che indicano una situazione potenzialmente pericolosa. «Quando un uomo comincia a isolarti dai tuoi amici, dal tuo lavoro, a toglierti la tua dignità è un campanello d’allarme. Sembra impossibile sapendo quello che è successo dopo ma lui non era così, era una persona sensibile e sapeva vedere la sofferenza negli altri. Ma il cambiamento, così come è successo per lui, se si vuol vedere si vede. Non rinnego di averlo amato e penso solo che fosse una persona malata, credo che sia inutile parlare del problema solo quando succedono le tragedie, per affrontarlo bisogna cominciare dalle scuole e dall’affrontare le debolezze dei ragazzi. E’ importante partire dall’educazione dei più giovani, anche per quanto riguarda il tema del bullismo».