La storia di "Bisenziosette"

Processo a Prato: l’accusa di omicidio colposo per due dottoresse durante un tragico parto cesareo

Processo in corso al Tribunale di Prato per due dottoresse accusate di omicidio colposo per un tragico parto cesareo avvenuto all'ospedale Santo Stefano nel maggio 2015: le deposizioni, in aula, dei periti.

Processo a Prato: l’accusa di omicidio colposo per due dottoresse durante un tragico parto cesareo
Prato, 18 Ottobre 2020 ore 11:18

Questa la storia pubblicata sull’edizione di venerdì 9 ottobre dal nostro settimanale Bisenziosette nelle pagine della cronaca di Prato. Il processo riguarda fatti accaduti nel maggio del 2015: il racconto dell’udienza in Tribunale.

Accusa di omicidio colposo per due dottoresse a Prato

E’ stata una vera e propria guerra dei tempi e dei termini quella che si è svolta martedì mattina presso il tribunale di Prato tra periti e consulenti di un processo molto delicato. I fatti risalgono al maggio del 2015 quando all’ospedale di Prato durante il parto morì una bambina.

Nel 2017 le due dottoresse che hanno seguito il travaglio e infine il taglio cesario, Alis Iuliana Carabaneanu, di origine romena, e Benedetta Melani, pistoiese, sono state rinviate a giudizio per omicidio colposo.
E martedì scorso, durante l’istruttoria, sono stati ascoltati in aula “Galli Alessandrini” i periti del tribunale, il medico legale Mauro Bacci di Perugia e il dottore ginecologo Eugenio Solima del Fatebenefratelli Sacco.

Una vera e propria guerra dei tempi quella a cui si è assistito in aula in cui i due periti sono stati chiamati a confermare la relazione e poi a rispondere ad alcune perplessità dei vari consulenti di parte, sia del pm, che della parte civile (i genitori della bambina morta durante il parto si erano costituiti parte civile all’inizio del processo), del responsabile civile l’azienda Asl Toscana Centro e i difensori delle due dottoresse.

Fin da subito, infatti, le domande ai due periti si sono concentrate proprio sulla tempistica del parto. Secondo la procura infatti quella notte è stato ritardato il ricorso al cesareo nonostante la sofferenza fetale registrata durante il travaglio e aggravatasi nelle ore successive. Quando poi si è proceduto al cesareo, la piccola era già morta, questo ciò che vuole dimostrare l’accusa del pubblico ministero. Le difese delle due ginecologhe dell’ospedale di Prato invece vogliono dimostrare che è stato fatto tutto il possibile.

Per questo nelle ore di udienza di martedì che si è protratta fino al pomeriggio, quella che è andata in scena è stata una vera e propria guerra di tempi e termini tecnici con i periti del tribunale da una parte e i vari consulenti delle parti in causa dall’altra. Alla fine i due periti hanno dichiarato:

«Il decorso della gravidanza è stato normale. La donna è arrivata in ospedale con un’ipertensione ma che in poco tempo, dopo le terapie dell’ospedale, era già rientrata nei suoi valori. C’era quindi un benessere fetale e materno. L’induzione del travaglio è stata una decisione giusta» e questo per vari motivi tra cui, hanno continuato i periti «l’età avanzata della mamma e con l’ipertensione che era stata registrata in precedenza. Essendo alla 38esima settimana questo poteva portare gli operatori a indurre il parto: per noi quindi è stata una scelta corretta».

I consulenti hanno ribattuto su più punti. Dalle 3.55 alle 4.26, con nel mezzo le 4.06, sono i tre punti di riferimento presi dal tracciato e nei quali secondo alcuni consulenti si doveva agire diversamente. Perché su questo si basa tutta l’accusa nei confronti delle due dottoresse che, secondo il consulente del pm, avrebbero potuto agire diversamente andando direttamente a operare su taglio cesareo.
In aula erano presenti anche i genitori della piccola, che era stata chiamata Aurora, che con compostezza hanno assistito a tutta l’udienza, con un velo di tristezza negli occhi, perché comunque andrà il processo, nessuno potrà riportare loro la piccola Aurora.

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