Solidarietà

«In carcere si vive sempre una situazione di “lockdown”. Difficile per i detenuti capire ciò che accade all’esterno»

La missione quasi decennale di don Enzo Pacini, cappellano alla Dogaia di Prato.

«In carcere si vive sempre una situazione di “lockdown”. Difficile per i detenuti capire ciò che accade all’esterno»
Cronaca Prato, 06 Febbraio 2021 ore 09:30

Il prossimo mese di luglio, don Enzo Pacini, vicedirettore dell’ufficio pastorale dei migranti sarà da 10 anni cappellano presso la Casa circondariale “La Dogaia”, l’istituto penitenziario di Prato.

Don Enzo: “In carcere situazione di lockdown”

Un anniversario importante per chi come don Enzo ha sempre svolto e continua a svolgere una vera e propria missione pastorale, non priva di difficoltà, riscoprendo ogni giorno, insieme ai detenuti, il valore più alto dell’umanità. Una missione oggi aggravata dall’emergenza sanitaria nata dalla pandemia.

«In realtà – ha precisato don Enzo – confrontando  i problemi che ci sono all’esterno, in carcere viviamo sempre una situazione di “lockdown” e per questo le persone che si trovano in cella stanno vivendo in modo particolare la diffusione del virus, spesso non comprendendo come sia la vera situazione vissuta all’esterno. Ciò che invece è resa più pericolosa è certamente la diffusione del virus. Nella prima ondata non vi sono stati problemi mentre nei mesi scorsi il virus ha iniziato a circolare anche all’interno dell’istituto penitenziario rendendo necessario la realizzazione di un reparto Covid dove trasferire tutti i detenuti positivi».

La pandemia ha poi prodotto altre conseguenze: la Messa è stata sospesa per un certo periodo ed oggi è ripresa, mentre rimangono sospese, quasi da un anno, la catechesi e le altre attività, anche di tipo sportivo, che venivano svolte con il personale volontario. Continua a svolgersi, invece, l’attività scolastica mentre i colloqui con i familiari vanno a rilento.

Le visite in carcere durante la pandemia

E’ ammessa la presenza solo dei familiari che risiedono a Prato.

«Al tempo stesso però – ha osservato il cappellano – è stata incrementata da 1 a 3 volte alla settimana la possibilità di intrattenersi al telefono, anche mediante le videochiamate, con i propri familiari. Nel carcere è molto facile adattarsi ai cambiamenti e quindi anche la mutata situazione data dall’emergenza, dopo un’iniziale tensione, è stata accettata dai detenuti senza particolari problemi. In questi quasi dieci anni – ha proseguito –  all’interno della casa circondariale non vi sono stati cambiamenti macroscopici anche se è cambiata la composizione della popolazione carceraria: è sensibilmente diminuita la presenza delle persone nordafricane (mentre è aumentata la presenza degli africani, molti provenienti dalla Nigeria) e sono diminuite le lunghe condanne, come quelle dell’ergastolo, essendo molto più frequenti condanne di breve o media durata che rendono più difficile l’espletamento dei percorsi scolastici completi. Talvolta – ha rivelato – non è facile comporre le classi di detenuti». A non cambiare, invece, secondo quanto riferito da don Enzo è stata l’età dei carcerati che si attesta sempre come media sulla trentina, con una popolazione molto giovane. «L’esperienza dietro le sbarre – ha concluso il cappellano – avvicina le persone alla fede e ad una riscoperta di certi valori tanto che sono molti i detenuti che si rammaricano della sospensione, oramai da mesi, della catechesi che veniva frequentata con assiduità. Oggi all’interno del carcere anche la mia presenza è più contenuta, mi reco solo quando qualche persona chiede un colloquio, per celebrare la messa o svolgere altre attività di assistenza ma in ogni modo cerco sempre di far sentire la mia vicinanza ai detenuti e al personale della polizia penitenziaria essendo necessario non dimenticarsi mai di quanto sia logorante e impegnativo il lavoro degli  agenti».

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