IL RICORDO DEL VOLONTARIO

Anniversario rogo Teresa Moda, Leonardo Tuci: «La mia vita è stata sconvolta, conserverò per sempre una cicatrice sul cuore»

Fu lui il primo ad arrivare sul posto.

Anniversario rogo Teresa Moda, Leonardo Tuci: «La mia vita è stata sconvolta, conserverò per sempre una cicatrice sul cuore»
Cronaca Prato, 06 Dicembre 2020 ore 10:07

Il primo dicembre è stato il settimo anniversario del rogo delle confezioni Teresa Moda che procurò la morte di sette operai di nazionalità cinese all’interno dell’immobile di via Toscana.

Anniversario rogo Teresa Moda

In quella prigione di fuoco, nel labirinto del Macrolotto, morirono sette persone che provenivano dallo Zhejiang e dal Fujian, due popolose province del sud-est della Cina, subito sotto Shangai. Il primo ad arrivare davanti a quel capannone in fiamme fu Leonardo Tuci, volontario dell’associazione nazionale carabinieri in congedo e volto conosciuto a Prato per la sua attività professionale. Ancora oggi, a distanza di tempo, il ricordo è vivo e continua a dilaniare l’animo del soccorritore che, non senza imbarazzo, ha raccontato di continuare riuscire a dormire con difficoltà, ancora sconvolto dall’inferno vissuto.

«Il 1 dicembre di 7 anni fa – ha ricordato Tuci – intorno alle 6.50 mi trovavo in zona perché avrei dovuto partecipare ad una attività dall’Anc e non appena vidi il fumo uscire dal capannone non esitai a verificare da dove provenisse. Così entrai nell’inferno con le fiamme altissime ed una ragazza cinese disperata  mi venne incontro dicendo che all’interno dell’immobile c’erano tante persone che dormivano. Mi ricordo che indossava un giubbotto color viola e aveva in mano il cellullare. Era letteralmente disperata, con il volto trasfigurato».

Tuci fa ancora fatica a ricordare e non trattiene le lacrime.

«Così chiamai i soccorsi chiedendo l’intervento dei vigili del fuoco e con la manichetta antincendio – ha proseguito – mi recai all’interno del magazzino dove in alto a destra mi avevano detto si trovano gli operai. Tutti loro stavano rischiando la vita, prima di essere soffocati dal fumo fino a decretarne la morte rimanendo intrappolati in quel soppalco abusivo. In quegli attimi riuscii a tirare fuori due persone, una donna ed un uomo, quest’ultimo presentava vistose ustioni sul braccio e feci di tutto per metterli in sicurezza in attesa dell’arrivo dell’ambulanza. Poi arrivarono i soccorsi ma il disastro – ha scosso la testa Tuci – era oramai inevitabile. Fin dal primo momento mi resi conto che sarebbe stata una strage».

La tragedia nel cuore

Il volontario ha raccontato come sia stato difficile superare lo shock vissuto.

«Per molti anni – ha spiegato – non sono riuscito a dormire oppure mi svegliavo di soprassalto, preoccupando ovviamente anche mia moglie. Oggi che sono passati sette anni, l’animo è più sollevato ma le cicatrici sul cuore sono rimaste e sono ancora dolorose. «Per tre anni – ha spiegato – ho svolto un percorso terapeutico perché quell’intervento mi ha profondamente cambiato la vita, sconvolgendola. La fede è stata per me un vero sollievo ed ogni anno in occasione dell’anniversario mi reco sempre ad accendere una candela per tutte le vittime. Per tutte loro la preghiera è davvero quotidiana».

Tuci vive a Sesto Fiorentino ma a Prato si reca tutti i giorni svolgendo lì la sua attività professionale.

 

«Ogni volta che passo da via Toscana – ha commentato – mi chiedo se in quegli attimi ho fatto tutto quello che era nelle mie umane possibilità. Quella tragedia accompagna la mia vita ed anche se negli anni sono intervenuto in tanti altri scenari come volontario dell’Anc quanto accaduto in via Toscana rimane un ricordo indelebile, oramai tatuato davanti ai miei occhi».

Tra i primi ad arrivare sul posto fu anche Aldo Milone, allora assessore alla sicurezza del Comune di Prato.

«Quella di via Toscana – ha commentato oggi – fu purtroppo una tragedia annunciata. In quegli anni avevamo promosso una serie infinita di controlli soprattutto nei laboratori di produzione ed ogni volta trovavamo lampanti situazione di illegalità con letti e cucine all’interno. Teresa Moda era un pronto moda, principalmente si occupava della vendita di capi di abbigliamento ed aveva solo una parte dedicata alla produzione. Eppure – ha continuato – al suo interno si trovavano locali dormitori con materiale tessile acrilico, facilmente incendiabile, sparso per terra, anche vicino alle cucine».

Dopo circa un’ora dall’allarme Milone fu avvertito dalla polizia municipale pratese e si recò sul posto.

«Quella strage – ha commentato – è stata anche una sconfitta per tutti perché i molti sforzi profusi ed i controlli a tappeto promossi con un gruppo interforze, non evitarono la perdita di vite umane.

La situazione oggi

Oggi la situazione a Prato appare migliorata anche in seguito all’importante attività posta in essere dalla Regione Toscana con il progetto lavoro sicuro ma le situazione di illegalità non sono affatto scomparse.

«I dormitori all’interno dei padiglioni – ha spiegato Milone – ci sono ancora ed anche i molti controlli fatti in questi mesi di pandemia hanno accertato la presenza di cinesi clandestini all’interno delle aziende sparse sul territorio pratese. Questo rappresenta il modus operandi della comunità cinese difficilmente estirpabile: se questi operai non lavorassero con queste modalità, con una costo della manodopera bassissimo, subirebbero la concorrenza dei loro connazionali in Cina o di altri paesi asiatici. Di fatto, dunque, finirebbero fuori mercato. Per questo occorre continuare a svolgere controlli quotidiani perché di fronte all’illegalità non possiamo mai girare la testa dall’altra parte, facendo finta che non esista».

Le alte fiamme del Teresa Moda hanno certamente portato a riflettere la città sul modello di sviluppo da intraprendere e sulla presenza di troppe fabbriche dormitorio in spregio a tutte le norme di sicurezza. Per Leonardo Tuci e  tutti coloro che intervennero come i vigili del fuoco ed i soccorritori del 118, sono arrivati negli anni i premi e i riconoscimenti, ma nulla può allievare il dolore vissuto in quegli attimi, tra il rumore di vetri rotti e le urla delle persone prima di morire. Una tragedia figlia dell’illegalità che ci ricorda come non si possa continuare a morire sul posto di lavoro.

«Porto in serbo la speranza che ciò, prima o poi, possa non accadere mai più – ha concluso Tuci – occorre avere più rispetto per la vita umana».

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